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mercoledì 21 dicembre 2011

E' Natale!!! Qui...ora...adesso...nel mio cuore...

Questo post potrebbe chiamarsi anche Liberi Tutti come la canzone dei Subsonica
perchè oggi è arrivata una grande grande grande notizia!
Tornano a casa! Finalmente!
Il comandante di questa nave è il cognato della mia cara amica Gabri, che adesso è in Argentina. 
Come l'ho saputo? Me lo ha detto la mia amica Silvia, mentre eravamo in attesa che cominciasse il concerto di Natale dei nostri bimbi, in chiesa...
Tra l'emozione per il concerto e questa, ho subito mandato un messaggio a Gabri, poi uno a Nello, suo marito. Nello mi ha richiamato. Che gioia, che commozioni, io non avevo parole (che è tutto dire!)...come non mi vengono adesso...scrivo di getto senza pensare alla grammatica...Sono felicissima! Tutte queste persone hanno famiglie che stasera hanno il Natale in casa, nel cuore...e queste famiglie hanno amici che con loro hanno vissuto questi momenti e stasera gioiscono anche loro...Questo è un vero regalo di Natale...
Domani penseremo agli articoli che hanno scritto, alla dietrologia, alla politica, all'economia della storia...stasera mi porto dentro la grande gioia per i miei amici e per la loro famiglia...
Il Natale è lieto annuncio che diventa realtà...stasera lo viviamo tutti con loro...gli amici di Agu, i miei cuccioli che crescono e che hanno gioito alla notizia, noi grandi che siamo tutti contenti per loro...
Il concerto di Natale è stata la colonna sonora di questa giornata...Agu, spero che le voci dei tuoi amici siano arrivate fin  laggiù :-*
I bimbi, i miei cuccioli, gli amici del mio cucciolo e anche altri bimbi hanno cantato meravigliosamente. Mi sono commossa e tanto!
I ragazzi delle medie che erano l'orchestra sono stati bravissimi tutti, dalla sezione percussioni alle chitarre, dai flauti ai pianisti...veramente una atmosfera magica.
Ci hanno regalato, tra le altre cose, la loro versione di
Happy Xmas di John Lennon 
A Natale puoi...
E molte amiche di Gabri e Nello hanno pensato a loro e alla loro famiglia!
Quindi, vi lascio con la musica, con tanta tanta serenità e gioia e l'augurio di godere ogni momento con i vostri cari.
Mi permetto di condividere qui una creazione di una vera artista, Laura, che mi incanta con tutto quello che fa. Questa è solo una delle sue meraviglie!
Grazie Laura! Per la musica, la poesia, l'arte, perchè sei tu!
E che questa renna porti a tutti serenità e armonia.



Questo è un anticipo di auguri per tutti i miei amici, ovunque voi siate!
Un abbraccio grande grande
Serena notte

domenica 13 marzo 2011

TravelMoleskine 3: Il Lago di Resia

Durante le lunghe vacanze di Natale  malanni e virus ci hanno fatto compagnia, nonostante ciò, anzi proprio per loro abbiamo deciso di concederci una pausa in quel di Merano (dopo la vacanza estiva Merano ci è entrata nel cuore) e per l'Epifania siamo partiti.
Merano era piena di gente, i mercatini erano al loro termine eppure la loro magia richiamava grandi e piccini.
E che dire delle terme? Altro che il pifferaio di Hamelin...code lunghissime e ben organizzate per entrare in una oasi di pace e ristoro...
Ecco, il sabato le code non erano solo lunghissime, neanche solo chilometriche, di più...il tempo era grigio, tutti i giriingiro che dovevamo fare li avevamo fatti, volevamo una pausa ed ecco che il marito e padre ci dice "PARTIAMO!"...Ok, va bene ma per dove???
E lui imperterrito "Partiamo".
Così prendo al volo la macchina fotografica e via in auto. Il paesaggio estivo coloratissimo e profumato dai meleti è in inverno grigio, triste, tutti quegli alberi scarni e grigi mettono tanta malinconia...ti consola il pensiero che ha primavera sarà tutto nuovamente verde e intenso. 
Passano i chilometri e si sale, piccoli borghi ci salutano, intanto che la strada diventa tornante e ancora tornante: per me questa è la parte dura del viaggio, soffrendo un po' di cinetosi... Ma tengo duro e mi godo lo spettacolo: il paesaggio grigio ricamato da rami che come tante mani magre graffiavano il cielo ha lasciato il posto ad una distesa di bianco, ogni suono è diventato morbidezza, le nuvole ora candide pettinano i raggi del sole timido, che gioca a nascondino.
Saliamo, saliamo, saliamo.
Alla fine arriviamo.
Qui.




 Il lago di Resia...o meglio dire il lago di Curon Venosta? In origine i laghi erano tre: il lago di Resia, il lago di Curon e il lago di San Valentino della muta.
Nel 1950, venne inaugurata una diga che riunì i primi due laghi. Il progetto comincio negli anni '10 del secolo scorso, poi negli anni '20 venne data la concessione ad una società, che poi venne assimilata dalla Montecatini, la quale con il passare degli anni divenne Montedison.
Intanto gli abitanti furono fatti sfollare, le persone abbandonarono campi e case.
Quando arrivate su al lago potrete leggere la storia e nella parole c'è molta amarezza per questo abbandono, che fu vissuto come un piccolo esodo, una cacciata verso terre estranee e ostili.
Gli abitanti dovettero infatti spostare più in alto perchè i paesi originari erano nell'invaso della diga. Per scongiurare il tutto, si racconta che gli abitanti mandarono una delegazione dal Papa, ma i lavori proseguirono...finchè non arrivò la guerra.
Dopo la guerra i lavori ripresero, la diga fu portata a termine, l'invaso allagato.
La torre campanaria fu l'unica a svettare sull'acqua, per qualcuno triste monito per l'indifferenza dell'uomo verso l'ambiente, per altri malinconico ricordo di ciò che era stato, ma anche ricordo della rabbia di chi se n'era dovuto andare.
La torre campanaria risale al 1300 e venne messo sotto la protezione delle Belle Arti. E' stata restaurata nel 2009. Sia in estate sia in inverno il panorama è pieno di suggestioni.

In inverno, ghiacciando il lago, sembra di essere in una favola, tutti come in Pattini d'argento a pattinare e slittare a vela sul lago.



Ci sarà pure il sole, ma fa freddo!!!


Il campanile è ovviamente il più fotografato! Credo potrebbe essere anche un ottimo soggetto per  un pittore



Non voglio entrare nel merito della storia, dell'impatto che ebbe la costruzione della diga a livello socio-economico e ambientale, perchè non ho abbastanza conoscenze in merito a questa situazione. Però, arrivare fin lassù, godersi le nuvole che si rincorrono tra le cime, sentire il vento freddo che ti porta in dono un raggio di sole vale la pena. E poi ti riconcilia con il mondo...almeno per un breve arco di tempo.


E dopo il lago il viaggio prosegue...alla prossima!

mercoledì 9 marzo 2011

El carneval 2011 xe ne anda' , portando la festa della donna con sè...

Mercoledi delle Ceneri, anche questo "carneval xe ne anda' ", ci salutano le maschere...

La primavera, che dovrebbe arrivare
Fotografando Venezia...
Via dalla pazza folla...
Un gentiluomo d'altri tempi...
Glitters a go go, pavoneggiante vanità...
Caffè al Quadri, la maschera è d'obbligo...
Cavaliere e re...i cavoli da "persone serie" sono rimasti a casa...
Ci saluta il Doge, sia qui sia da Dona e dalla sua terrazza (splendide foto e che slide show!)
Riponiamo domini e tricorni per il prossimo anno...
Ieri era anche la festa della donna, che non festeggio con mimose o altro, ma semplicemente ricordando quante lacrime e quanto sangue, o come direbbe Ken Loach quanto sangue e quante rose è costato il naturale diritto di essere "umano, persona di sesso femminile" in questo mondo...e mi piace ricordarlo quest'anno attraverso tre donne, tre anime del secolo scorso che hanno rappresentato davvero il giro di vite di molte coscienze: Simone Weil, Hannah Arendt e Edith Stein. I loro pensieri, le loro parole sono un insegnamento ricco e fertile, troppo spesso ignorato. Ne avevo sempre sentito parlare superficialmente, poi per diversi motivi prima la mia strada ha incrociato Simone Weil, poi per uno dei miei strani percorsi tortuosi sono arrivata a Edith Stein ed infine ad Hannah Arendt. Questo è ovviamente un altro dei miei work in progress.

"...Le parole alate vanno attraverso le epoche,
per monti e per valli, a muovere cuori e braccia.
L’anima si parla, e cerca di comprendersi.
Tacciono cielo, terra e mare per ascoltare
due amici, due amanti dialogare a fil di voce.
..."
(Da Prometeo, Simone Weil)
"Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione" (H. Arendt)
E con queste parole, con il sorriso di una bella madamim saluto il carnevale, abbraccio tutte le donne e vi auguro buona giornata.



domenica 6 marzo 2011

Carnevale!


Mi sono resa conto che non ho mai scritto una singola riga sul Carnevale, soprattutto sul Carnevale a Venezia. Ho già detto altrove che considero Venezia la mia terra d'adozione, anche se vivendo di là del Ponte della Libertà io sono comunque "campagna" e sono oltretutto "campagna foresta" perchè vengo dall'altre parte del Po (pour parler, uno slogan politico di qualche tempo fa di un certo partito che pensa al Po come un grande confine di separazione tra Italiani e Italiani…come si dice “se no i xe mati no li volemo”, oppure “se non sono matti non li vogliamo”, o ancora meglio “non li vogliamo proprio, punto.”).

In realtà, non parlo “venexian”, anche se mi fanno notare che ho perso quasi  completamente l’accento/cadenza romano/romana, onore o demerito che sia, ormai sono quasi 15 anni che vivo qui e come potrei dire? mi sono acclimatata! Ma torniamo al Carnevale, ho ricordi nitidissimi dei miei carnevali da bambina, all'asilo o giù di lì...vestivo un costume da ballerina ungherese, di quelle ballerine che ballano la czarda, avevo sempre tanti coriandoli e stelle filanti…mi ricordo di un pomeriggio di Carnevale, che andammo a trovare un'amica di famiglia...io vestita da ballerina ungherese con un sacchetto di coriandoli enorme in mano  e quel giorno per la prima volta assaggiai un sorso di Rosso Antico...a Carnevale tutto è permesso. Poi, per gli altri carnevali i ricordi si confondono fino a sfocare nell'oblio e il Carnevale finì nel dimenticatoio.
Dopo questo periodo di buio arriva Venezia ed il suo Carnevale...il primo indimenticabile ricordo che ho del Carnevale veneziano è una immensa calca e ore e ore fermi ad aspettare di traversare il ponte degli Scalzi...Calatrava era di la da venire... La magia dei colori e delle maschere tutte che tra vecchio e nuovo per le calli rivivevano l'antico splendore...la fascinazione è stata immediata ma perdura nel tempo, sebbene non tutti gli anni ci sia la full immersion carnevalesca...anche perchè non sempre il clima e’ clemente.
Tucani o pappagalli?
Ora siccome sono più curiosa di un gatto, ma finora la mia curiosità non mi ha ammazzato, mi sono andata a studiare un po’ di tradizioni carnevalesche.Quanti sono i carnevali ? Tantissimi, alcuni più conosciuti altri meno, ma il Carnevale di Venezia con le sue maschere fa comunque parte dell’immaginario collettivo. C’è una basilare differenza tra il carnevale (rito romano) ed il carnevalone (rito ambrosiano), ad indicare quanto comunque una festa antichissima, conosciuta anche tra gli egizi ed evolutasi poi nei baccanalia e saturnalia latini, fosse divenuta parte della vita laica e religiosa. Secondo il rito romano, il Carnevale, cioè il Tempo di Settuagesima, ha inizio con la Domenica di settuagesima (la prima delle sette domeniche che precedono la Settimana Santa, secondo il Calendario gregoriano) e termina il giorno precedente il Mercoledì delle Ceneri, primo giorno di quaresima – Martedì grasso, appunto. Nel rito ambrosiano, il termine del Carnevale è posticipato al sabato (Sabato grasso) prima della prima domenica di Quaresima. Il primo documento in cui si parla del Carnevale Veneziano è del 1094 ed è firmato dal doge Vitale Falier, sebbene l’editto che sancisce effettivamente la nascita el Carnevale sia del 1296. Il Carnevale era un momento di festeggiamenti e di azzeramento dei ceti sociali, poichè tutti, nobili e plebei, servette e dame, con la maschera indosso per pochi giorni l'anno erano davvero uguali…bè, per lo meno fingevano davvero di esserlo. Oltre al Martedi grasso, giorno festivo del carnevale, nella storia veneziana dei festeggiamenti fa parte anche il Giovedi grasso, poiché in tale giorno si celebrava la vittoria del Doge Michiel II sul vescovo Ulrico e su altri dodici feudatari, sconfitti a Grado, fatti prigionieri ma rilasciati a patto che ogni anno pagassero un pegno. Ed ogni anno il vescovo di Aquileia inviava un toro e dodici maiali ben pasciuti che nel giorno del Giovedi grasso venivano macellati per tutta la popolazione in quel di Palazzo Ducale da parte delle Corporazioni dei Fabbri e dei Becheri (macellai). Il taglio della testa del toro poneva fine allo spettacolo. Ecco perché “tagiar la testa al toro” significa eliminare gli ostacoli o risolvere un problema definitivamente.
Madamin in cornice
In una di queste celebrazioni del Giovedi grasso, intorno al 1500, un acrobata turco, a sorpresa e armato di solo bilancere, tra la folla risalì una fune legata ad una barca saldamente ancorata al molo verso la cima del campanile di San Marco e ridiscese poi fino alla balconata del Palazzo Ducale, per omaggiare il Doge di allora. Tale spettacolo ebbe così successo che venne ripetuto nel corso degli anni con imprese funamboliche sempre più ardite. Si alternarono diversi acrobati professionisti e “arsenalotti”. Gli “arsenalotti” erano le maestranze dell’Arsenale che si specializzarono anche in queste imprese, che divennero sempre più ardite e complesse – si parla persino di un acrobata a cavallo. Poi a causa di diversi incidenti lo “Svolo del Turco” divenne lo “Svolo della Colombina”, ovvero una grande colomba di legno nello scendere dal campanile verso la piazza spargeva fiori e coriandoli sulla folla. Quando dal carnevale “antico” si passò a quello “moderno” (ai giorni nostri) si decise di spostare il Volo alla domenica precedente il giovedì grasso così da sancire in maniera ufficiale i festeggiamenti per il Carnevale. Ed lo “Svolo della Colombina” divenne il “Volo dell’Angelo” e nuovamente ci fu una persona in carne ed ossa che dalla cima del campanile scendeva giù nella piazza. Nell’ultimo giorno di Carnevale, mentre tutta la città diventava una gradiosa festa, perché calli e palazzi signorili erano una grande sala da ballo dove dolci e vino si consumavano in abbondanza, il culmine della festa era in Piazzetta San Marco: un fantoccio raffigurante Pantalone veniva legato alle due colonne (che venivano usate per giustiziare prigioneri) e gli veniva dato fuoco, mentre la folla cantava tristemente “El va, el va, el carneval el va”. E con i frammenti bruciati del fantoccio volava via la follia di quei giorni e arrivava la penitenza della quaresima, ma volava via anche l’uguaglianza che nobile e plebeo per pochi giorni l’anno avevano grazie alle maschere.
Fantascientifico o medievale? Fusion!
Vogliamo non parlare dei dolci caratteristici del Carnevale? Fritoe e crostoi o galani… “ea fritoa” di cui parlo è la fritola, la frittella dolce… ee fritoe nascono “venexiane” poi  si estendono a tutto il Veneto, Friuli Venezia- Giulia e persino Lombardia con mille varianti, perfino con erbe di campo e fiori dentro, ma anche riso e polenta nell’impasto. Ma quelle “venexiane” classiche sono con uvetta e pinoli, adesso ce ne sono anche di ripiene con crema, zabaione e persino cioccolato…eppure quelle classiche sono ancora tanto tanto amate, anche se non ci sono più i “fritoleri”…eh si, perchè c’erano già i produttori DOC nel 1600, che si erano riuniti in una corporazione: i “fritoleri”.  C’è chi dice che per le fritoee bisogni addirittura risalire al Rinascimento, c’è chi dice che la corporazione dei fritoleri nasca intorno al 1600, con aree di competenza ben distinte per esercitare la professione, c’è chi dice che nel 1700 “ea fritoa” diventa il dolce nazionale della Serenissima tutta…in ogni caso, provate ad immaginare le calli e nelle calli  tavoli di legno dove i fritoleri impastavano uova, farina, zucchero, uvetta e pinoli e poi le fritoe  venivano fritte in grandi padelle sostenute da tripodi…che grasso usavano per friggere??? C’è chi dice burro, chi dice strutto, chi dice olio…in ogni caso i fritoleri friggevano a ritmo continuato e quelle meraviglie gonfie e dorate, una volta pronte, venivano spolverate di zucchero e poste sui piatti, con tanto di lista degli ingredienti…i fritoleri agivano in HACCP, non c’è che dire. Pietro Longhi immortalò diverse professioni e professionisti del suo tempo e non poteva mancare una fritolera.
Venditrice di frittelle -Pietro Longhi


Eppoi ci sono i crostoi, o galani che nel resto d’Italia diventano frappe, sfrappe, cenci, chiacchiere, lattughe e chi più ne ha più ne metta…c’è chi fa addirittura risalire le origini di questi dolci ai Romani, che le preparavano nelle loro feste di primavera. Distinzione importante: i crostoi sono terricoli, i galani sono lagunari e ovviamente cambia anche lo spessore dell’impasto, non tanto gli ingredienti. Mia mamma che ha sempre fatto delle frappe eccezionali – pecco di totale immodestia, ma ci sta!- che ha sempre impastato a mano e steso a mano rendendole fini, impalpabili e fritte impeccabilmente, in un’altra vita sarà stata “venexiana” e faceva sicuramente galani! Tra l’altro la prima volta che si cimentò nella produzione di vere fritoe venexiane, vennero benissimo…magari era pure fritolera! Per inciso, io non so friggere, non azzecco i tempi. Oltre ai dolci di carnevale con le loro mille varianti, l’altro simbolo per eccellenza sono le maschere, anzi la maschera. La bautta veneziana è la maschera! In realtà, la bautta maschera è chiamata “larva”, poteva essere bianca o nera (adesso può essere di diversi colori), e ad essa si accompagnava il cendale o zendale (xendal) che poteva essere di taffettà o pizzo, il tricorno ed il mantello che venne poi sostituito dal tabarro.
Maschere in bella mostra
Il tabarro, con la sua ampia ruota che tutto poteva celare, annullava ogni colore e distinzione e permetteva, soprattutto ai nobili, un camuffamento e un anonimato perfetti! La “larva” nasce nel Settecento e poteva essere indossata non solo a Carnevale ma anche nella vita quotidiana, per la sua forma particolare permette di bere e mangiare senza doverla togliere e anche di camuffare la voce, garantendo quindi un perfetto travestimento. Vista la consuetudine di indossarla, era obbligo salutare ogni maschera che si incontrava, proprio perché non si poteva sapere chi nascondeva. E questo creava spesso non pochi problemi agli inquisitori e alla polizia.
In secondo piano, c'è la gattina, la gnaga
Schizzo del medico della peste al lazzaretto
da Archeove.com
Un’altra maschera caratteristica era la “gnaga”, che veniva più spesso usata dagli uomini. Il travestimento della gnaga” era una maschera con le fattezze di gatta, vestiti femminili spesso da servetta, la voce diventava un miagolio e non poteva mancare una cestina con dentro un gattino! Sia la “larva” sia la maschera con le fattezze di gatta si trovano ancora oggi nei laboratori e nelle bancarelle che spesso si trovano nei campi di Venezia. Si sono arricchite di lustrini, di piume e di colori, e fargli compagnia, oltre a quelle della Commedia dell’Arte, sono giunte maschere dalle fogge sempre più stravaganti. Una maschera che non nasce per il Carnevale, ma che è sempre tipica è quella del medico della peste, dal caratteristico becco Le pestilenze sono state una grande piaga per Venezia, non a caso si son fatte basiliche e feste per ricordare gli scampati pericoli. Il medico della peste era l’unico che poteva avvinare i malati, li toccava con un bastone -  quindi era sempre a distanza, era vestito completamente di nero dalla testa ai piedi, con un cappello nero caratteristico e il viso era completamente ricoperto da questa maschera. Il “becco” aveva una funzione precisa: in esso il medico inseriva erbe aromatiche e medicamentose che avevano la funzione di purificare l’aria.
Versione rinnovata della classica maschera del medico della peste, che è bianca con il segno di un pince.nez nero
A Piazza San Marco, tra la folla spunta il sole
E tra Arlecchini spuntano dame e signori e maschere tutte da indovinare...
Tutte le foto risalgono al carnevale dello scorso anno, ma spero di scattarne qualcuno anche quest’anno. Per quelle che non ho scattato io, ho indicato i links. Mentre si passeggia per calli e campielli, può capitare di incontrare mascherine sorridenti e birbanti che vi riempiono di coriandoli e sorrisi. Queste però sono mie personali! Ora non chiedetemi di che specie è il coniglio e se il gormita è il signore della luce o Sommo luminescente o che so io...per me sono bellissimi lo stesso!


Dopo il sole, le quattro stagioni!





Le mie mascherine!

Oltre a quelle scattate in Piazza San Marco, ne metto alcune del carnevale dei bambini qui a Campalto, il quartiere dove viviamo. Ogni anno, il Gruppo del Venerdi organizza uno spettacolo in costume sia con i bimbi sia con gli adulti. Lo scorso anno è andata in scena "La lampada di Aladino". Nel piccolo palco del patronato, bimbi e ragazzi con tanto di costume e trucco ci hanno portato fino a Baghdag. Ed ecco il mio genio dell'anello.
La Lampada di Aladino

E adesso auguro a tutti un fantastico Carnevale!
Baci baci




martedì 1 marzo 2011

Di cavoli e di re...



“The time has come” The walrus said…
“ E’ venuto il momento – disse il Tricheco – di parlare di molte cose: di scarpe e navi e di ceralacca, di cavoli e di re...”

Sono settimane, esattamente tutte quelle in cui non sono stata presente nella blogsfera e non ho lasciato traccia dei miei pensieri sul mio piccolo blog, che questi versi mi ronzano in testa, manco fossero api nel pieno della stagione produttiva.
E in un certo senso li trovo un po’ profetici, visti i vari accadimenti nel mondo...

Quante sono le settimane passate dall’inizio del 2011? Ho perso il conto...presa da una corrente di cose quotidiane che mi lasciava sì pensare, però non concretizzae i miei pensieri come volevo. 
Aveva ragione Pessoa...si possono creare infiniti mondi con innumerevoli volti amici, ma quanto difficile è concretizzarli su carta! 
Meno male che l’entusiasmo del primo post di quest’anno non è diminuito affatto...la mia lontananza dallo scrivere ciò che mi frulla in testa è così imputabile agli impegni lavorativi – che sono stati l’antipasto di quello che accadrà a marzo, ma son decisa a non contare i morti prima della battaglia – e piccoli problemini di salute (una sciatalgia, stomaco e fegato in tilt per i farmaci, quindi farmaci per curare gli effetti dei farmaci per curarmi... C’è di peggio nella vita, intendiamoci..ma c’è anche di meglio), ma anche ad una certa difficoltà nella scrittura...
Per la salute, stavolta ho fatto la brava e non ho sottovalutato, come fatto altre volte, ciò che il corpo mi diceva e mi sono presa cura di me. Che stia diventando saggia con l’aumentare dell’età?
Per i pensieri che all’improvviso sfarfallano via di fronte allo schermo del computer...questo è un caso ancora aperto.

...ci sono correnti che negli oceani vanno veloci e solo in superficie e ci sono invece correnti che nascono in superficie, poi si inabissano e circolano lentamente per tutto l’universo oceanico e alla fine risalgono in superficie, portando con sè tutte le tracce dei loro viaggi ...è probabile che i miei pensieri abbiano fatto così: lasciare che il loro metabolismo rallentasse e circolasse in profondità...sarà per effetto dell’upwelling di qualche pensiero che ha cominciato a ronzarmi in testa la voce del tricheco




...che aveva il volto di Jim Hutton/Ellery Queen - la mia giallofilia non è contagiosa.
...strani i percorsi delle mie correnti...
Cavoli e re...chissà perchè per insultare qualcuno gli si dice testa di cavolo? A ben considerare tutte le virtù dei cavoli – soprassedendo su un certo loro riproporsi e sul loro odore persistente, ma è perchè sono molto in ricchi in dimetilsolfuri – in realtà dovrebbero essere molto offesi i cavoli ad essere uguagliati a certe teste...Però quando arriva il momento decisivo in cui un discorso va affrontato si può dire “We must talk of cabbage and kings”...magari qualche testa rotolerà, qualche governo si rovescerà, magari qualche “re” se ne andrà davvero e magari le questioni davvero importanti, tanto per citarne una il diritto alla democrazia, saranno davvero discusse...

Un attimo, un momento...Fabiana, svegliati che stai sognando e per inciso sognare trichechi, ostrichette e bianconigli fa molto “fanciullino”, c’hai un’età, datti un contegno...ovvero comportati in maniera adeguata alla tua età...uhm.. considerati gli esempi che i vari media hano proposto ultimamente, perdonatemi, ma - come diceva Bartleby- preferirei di no...magari mi vado anche a cercare un muro da guardare, sempre come faceva Bartleby...ma anche no...
In queste settimane ho “guardato” il mondo fuori che entrava in casa dai giornali e dalla televisione, il mondo fuori di persone amiche che si incontravano e chiacchieravano, si confrontavano...l’ho “guardato” come fa il guardalinee in una partita di calcio: con attenzione.
Certo, è più bello essere parte di una squadra, in ogni senso e in ogni caso e in ogni modo – e mi fermo qui prima che la valerioscanuite diventi incontenibile!

Sarà capitato anche a voi non di avere una musica in testa, ma di trovarsi insieme con persone che conoscete, alle quali siete legate da sentimenti di affetto e amicizia e contemporaneamente non sentirvi insieme. Il primo pensiero è che siano gli altri a non farvi sentire insieme. E’ stato il mio primo pensiero. Però, siccome reitaratamente penso - è colpa dell’upwelling! -, c’ho avuto anche un secondo pensiero, ossia che mentre tutti “giocavano la loro partita” io in realtà facevo la guardalinee e guardavo con attenzione. Cosa? Il gioco: le chiacchere degli amici, i giorni che passavano, le sofferenze di persone vicine e lontane, le lotte di persone vicine e lontane – e non importa che fossero conosciute o sconosciute, perchè “ogni morte di uomo mi diminuisce...”-, la difficoltà di spiegare a mio figlio di otto anni questo mondo...un bambino quando ti guarda fisso negli occhi e ti pone una domanda semplice e lineare è una pallottola dritta al cuore, non puoi evitarla!
Anche se qualcuno potrebbe pensare di impedirglielo tramite una legge “ad personam”, ad qualcosam...ecc. ecc. Magari tra una puntatita in internet e l’altra , con un nuovissimo I-pad, qualche “ad...am” viene sicuramente a galla...Chissà che tra poco arriva la Regina di Cuori a tagliarmi la testa?


...Si dice che invecchiando si diventa saggi, forse perchè si ritorna bambini...e solo i vecchi ed i bambini posso domandare il logico, il giusto, il vero senza sembrare poco veri e/o verosimili. Un bambino e un vecchio il re, l’imperatore o chi per esso lo vedranno sempre e solo nudo e senza corona, quando è nudo e senza corona...l’età di mezzo tra l’infanzia e la vecchiezza potrebbe vedere solo ciò che vogliono fargli vedere...l’età di mezzo dovrebbe farsi una chiacchierata con un certo tricheco di tanto in tanto, giusto per ricordarsi “of talking of cabbages and kings”.

Ah! In queste mio essere “guardalinee”, anche portando “scarpette rosse numero 24”, anche “liberandomi del maiale”, voglio ringraziare chi passando di qua mi ha salutato scrivendo e chi mi ha salutato pensandomi, chi da una terrazza mi ha mandato messaggi (grazie!), voglio ringraziare scusandomi per il ritardo, con tanto di cenere sul capo, AnnaMaria perchè attraverso lei ho avuto modo di incontrare Valerio ed il suo blog, volevo ringraziare Valerio che mi ha inviato assieme ad un prezioso regalo – una meravigliosa fiammante sparabiscotti! Solo con quelle bisognerebbe sparare...- una cartolina con una veduta di Sorrento che, oltre agli auguri di Natale, portava un semplice e vero messaggio “Questo swap è senz’altro utilissimo, permette di ridurre le distanze e sentirci più vicini”.

Anche se faccio la “guardalinee” e sembro distante, sono vicina...Ah! Dimenticavo è finito l’intervallo, rinizia il gioco...bè, almeno lo spero...

martedì 9 novembre 2010

Faxemo San Martin

In questa settimana novembrina, alberi gialli e rossi incorniciati da una perfetta e spessa nebbia o addirittura da una bella pioggia battente, consolidata consuetudine del territorio della  municipalità in cui vivo, nella terraferma veneziana, viene celebrata la Festa di San Martino in strata. 
In tale occasione, come ogni anno, vengono ricordate le usanze legate al Santo, ma anche le tradizioni contadine legate a questa data. Poi, ogni anno la festa ha un tema preciso, quest'anno il tema è la musica e gli strumenti musicali. Piccola precisazione, la festa di San Martino è l'11 Novembre, ma nel mio quartiere i festeggiamenti sono iniziati venerdì scorso (5 novembre) con la consueta castagnata per i bimbi delle scuole elementari e materne.  Caldarroste e cioccolata calda sono il premio ambito dei bimbi che vanno a "battere" San Martino. E con gli occhi dei nostri cuccioli San Martino arriva in groppa ad un bellissimo cavallino nero, con sulle spalle il suo mantello rosso ed in testa il suo elmo scintillante, mentre loro sorseggiano la cioccolata e si tengono stretto il loro sacchetto di caldarroste. E noi mamme come ogni anno cerchiamo di andare ad aiutare gli anziani che tengono viva questa tradizione. Non so quanti chili di castagne ci fossero quest'anno, so che sono andata a dar una mano a tagliarle e tra una ciacola e l'altra con le altre mamme, mi son ritrovata due pollici insensibili fino a sera e due belle vesciche sull'indice...ma come ogni anno ne vale sempre la pena! per me questa è una tradizione acquisita, perchè questa è la mia terra adottiva. Vorrei spiegare a chi non la conosce come e perchè è nata questa tradizione...
Chi era San Martino? In tutto il mondo occidentale San Martino di Tours è ricordato l’11 Novembre e sembra che nel Sinodo di Macon (585 d. C.) fosse stata decretato che questa festa dovesse addirittura non essere lavorativa, proprio in considerazione della venerazione per il santo. San Martino è infatti tra i santi più importanti non solo del cattolicesimo, ma della cristianità tutta. Nato in Pannonia (l’odierna Ungheria) si trasferisce ancora fanciullo a Pavia, dove viene a contatto con la religione cristiana e comincia il suo cammino religioso. Però i suoi genitori sono contrariati dalla sua scelta e volendo per lui la stessa carriera del padre (militare di carriera), approfittando delle disposizioni vigenti, lo fanno arruolare ancora quindicenne nell’esercito. Una volta nell’esercito, viene trasferito in Gallia, prima a Reims poi ad Amiens. Ed è proprio ad Amiens che, durante una delle ronde notturne, ha luogo l’episodio più famoso e più raccontato tra tutti quelli che hanno costellato la sua vita. Si narra che Martino, non ancora convertito, durante una delle ronde di un inverno eccezionalmente rigido, vede passare un mendicante malmesso, che chiede l’elemosina. Avendo donato in precedenza ciò che aveva, Martino non esitò a tirare fuori la spada e a dividere in due il suo caldo mantello, per donarne metà al mendicante. Quella stessa notte in sogno ebbe la visione di Gesù con indosso il suo mantello che si rivolge agli angeli con queste parole “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato: egli mi ha vestito!”. Successivamente avviene la conversione al cristianesimo, l’abbandono della carriera militare per la veste di monaco e ha inizio la sua opera di evangelizzazione, sempre umile tra gli umili, vicino ai poveri, soprattutto ai contadini. Pur essendo morto l’8 di Novembre, viene ricordato il giorno in cui la sua salma venne infine tumulata, l’11 novembre appunto. Questa data probabilmente non venne scelta a caso, poiché è una data fondamentale sia nella tradizione cristiana e cattolica sia nel mondo rurale e nelle sue tradizioni.
Nella tradizione cristiana e cattolica questa data rappresentava infatti il penultimo giorno prima dell’inizio del periodo di penitenze e digiuni che precedevano il Santo Natale, mentre per il mondo contadino questa data rappresentava la fine dell’anno agricolo, nonché la data della svinatura (veniva infatti spillato il vino novello dalle botti) e l’inizio del ciclo invernale.
Perché la festa di San Martino viene ricordata anche come l’estate di San Martino? Dell’episodio del mantello sono state riportate diverse versioni, tra queste quella che una volta donata la metà del suo mantello al mendicante, il sole cominciò a risplendere forte come fosse estate. In realtà, spesso è proprio in questo periodo che si osservavano pochi giorni di tempo bello e tiepido, subito dopo le brume autunnali e poco prima delle gelate invernali. È perciò probabile che l’osservazione dei fenomeni naturali nel mondo agricolo e le consuetudini contadine si integrassero in maniera profonda con la venerazione del Santo. Questa data in altre latitudini potrebbe indicare l'Indian Summer, l'estate indiana, con un legame alle tradizioni rurali di altre latitudini.
Sempre in questo periodo, come si diceva poc’anzi, si spillava il vino novello dalle botti e si festeggiava accompagnando il vino con i frutti della stagione, quali ad esempio le castagne. Ecco perché ancora oggi in tale ricorrenza si servono caldarroste e vin brulè, a ricordare le passate tradizioni contadine.
Oltre ad essere l’inizio del ciclo invernale, l’11 Novembre segnava anche la fine dei contratti agricoli. Infatti in tale data i mezzadri preparavano le loro masserizie e lasciavano la loro mezzadria al signore del podere; se questi decideva di rinnovare il contratto, ritornavano nella loro casa a festeggiare con i prodotti di stagione, altrimenti dovevano traslocare. Ed ecco come è nata l’espressione “Faxemo San Martin” ovvero “Fare San Martino” cue è l'equivalente di "Faxemo massiria", che indicava appunto il trasloco dei mezzadri. Dai traslochi del mondo rurale, anche nelle città divenne consuetudine cambiare casa nel periodo di San Martino e l’utilizzo dell’espressione “Fare San Martino” dalle campagne arrivò nelle città.
Perché a San Martino si mangia l’oca? Anche in questo la tradizione contadina si intreccia a doppio filo con la leggenda riguardante il Santo. Si narra infatti che il Papa volesse a tutti i costi nominare vescovo Martino, il quale invece molto umilmente non desiderava occupare posizioni importanti, poiché voleva dedicare la sua vita alla preghiera, all’evangelizzazione e all’aiuto dei poveri. Allora Martino si nascose in un convento sperando che nessuno lo potesse scovare. C'erano però delle oche, che si sa sono animali molto chiassosi. Le oche fecero un tale baccano con i loro “qua qua”, che alla fine Martino venne scoperto. E divenne vescovo. Da allora ogni anno, a ricordare il “tradimento” delle oche, un’oca veniva arrostita. Nella tradizione contadina, l’11 Novembre si chiudevano vecchi contratti agricoli, ma se ne aprivano anche di nuovi. Va detto che l’oca rappresentava, assieme al maiale, la riserva di grassi e proteine durante il periodo invernale del povero contadino, il quale si cibava quasi esclusiamente solo di cereali e di grandi polente. Nel Medioevo, inoltre, l’oca veniva allevata anche nei conventi e nei monasteri, come aveva decretato Carlo Magno. L’oca divenne perciò una preziosa e fondamentale merce di scambio. I fittavoli ed i mezzadri spesso pagavano la pigione al nobile possidente con un’oca; i contadini portavano alle fiere, che venivano organizzate in tale periodo, le loro oche per barattarle con altre merci, quali ad esempio capi di vestiario. A tale proposito, famosa è la “Fiera delle oche e degli stivali", che si svolge a S.Andrea di Portogruaro e che conserva la memoria dei baratti tra contadini e mercanti. Inoltre, considerato che in questo periodo aveva inizio il ciclo invernale, gli uccelli migratori, come le oche selvatiche muovevano verso sud e nelle zone di passo, come appunto la Laguna di Venezia, era più facile cacciarli proprio in questo periodo. L’oca, che fosse selvatica o meno, veniva spesso arrostita e accompagnata da vino novello e castagne. Molti dei detti popolari hanno origine da queste usanze. Tra questi ricordiamo "Oca, castagne e vino, tieni tutto per S.Martino" ed il veneto"Chi no magna oca a San Martin no'l fa el beco de un quatrin", ovvero “Chi non mangia oca a San Martino non guadagna nulla, perché non fa nuovi affari probabilmente!
Va però anche ricordato che sempre in questo periodo, soprattutto nel Veneziano, i popolani più poveri andavano in giro di casa in casa e, porgendo il grembiule vuoto, cantavano: “In sta casa ghe xe de tuto, del salame e del parsuto, del formagio piasentin viva viva San Martin!” (In questa casa c’è di tutto, del salame e del prosciutto, del formaggio piacentino viva viva San Martino), con la speranza di ricevere qualcosa, ricordando il gesto caritatevole di San Martino verso il Mendicante. Inoltre, i festeggiamenti per i nuovi affari o per il rinnovo del contratto avvenivano spesso per le strade ed erano accompagnati, oltre che dall’oca arrosto, da bicchieri di buon vino novello e da castagne arrosto, anche da canti, spesso anche a squarciagola viste le abbondanti libagioni. Spesso, coloro che festeggiavano in strada non si limitavano a cantare, ma facevano ogni sorta di rumore pur di convincere chi era in casa a donare loro altro vino e altre castagne. E chi era in casa, sia per gesto di bontà sia perché non ne poteva più del baccano, donava! Ed ecco perché si dice “battere il San Martino” e tale usanza è rimasta ancora oggi. 
In terraferma, inoltre, è usanza che qualcuno, generalmente un bambino, si travesta da cavaliere con mantello e spada e a cavallo vado a visitare le scuole, a sottolineare quanto profondamente legata alla tradizione sia la figura del Santo a Cavallo. 
Perché in questa occasione si regala il “San Martino”? Innanzitutto, va detto che è tradizione regalare a San Martino dei dolci. Nella tradizione di Venezia e della sua terraferma, si regala un biscotto di pasta frolla, raffigurante il santo a cavallo sempre con mantello e spada, decorato con glassa o cioccolato (ma questa è una tradizione già più moderna!) e con confettini colorati o altri dolciumi. Ma questa usanza nasce dal regalo che si scambiavano i fidanzati (i morosi), poiché proprio nel periodo di contratti legati al mondo agricolo, spesso si scambiavano promesse di matrimonio e si dava inizio al fidanzamento ufficiale. La tradizione si è poi evoluta passando dai fidanzati ai bambini, che si divertono moltissimo anche a decorare il proprio biscotto con ogni tipo di leccornia (smarties e marshmallows inclusi! ci siamo modernizzati!).
Tutte queste usanze sono fatte rivivere in una festa, che come ogni anno vedrà anche sfilare tra i banchi gentili volontari vestiti con gli abiti della tradizione contadina. I vestiti, come poi anche alcuni strumenti agricoli che si possono ammirare in tale occasione, appartengono al Museo della Tradizione, che è situato presso la Scuola Don Milani, una delle due scuole elementari del mio quartiere (Campalto)
Questa festa diventa  l’occasione importante per sottolineare ogni anno il legame tra il nostro territorio, la festa religiosa e le usanze del mondo agricolo, che non c’è più, ma del quale è fondamentale conservare memoria.
E nel nostro piccolo, oltre alle caldarroste, alla cioccolata calda, alle recite in patronato e ai giochi "veci" che animano  il pomeriggio, ci apprestiamo a preparare il San Martino (anche gf!) e ad andare in giro tra le varie bancarelle in compagnia di amici. 
Buon San Martino a tutti!


San Martino (con glutine) cioccolato fondente e decori tradizionali




San Martino senza glutine senza lattosio senza proteine del latte, glassa cioccolato fondente e decori moderni


San Martino senza glutine senza lattosio senza proteine del latte, cioccolato fondente




mercoledì 29 settembre 2010

Scambio di link

Come cerco di fare ogni mattina, guardo la posta e poi apro il blog e controllo le novità sui blogs che seguo. Stamattina, considerato l'umore che un'altalena in picchiata verso il basso (secondo me è un effetto collaterale degli antibiotici e degli antiinfiammatori, quindi poi passa) mentre leggevo un nuovo post di Stefania, leggo di questo suo incontro con un'altra foodblogger.
Mi affascinano questi incontri, li trovo poetici...persona lontane fisicamente si avvicinano nel mondo virtuale e si creano splendide alchimie che si trasformano in amicizie.
Ormai potete darlo per scontato che sono dalla fascinazione facile :-DDD , perchè ...perchè nonostante tutto, delusioni  et similia all inclusive, io nelle persone continuo a crederci, continuo a lasciarmi affascinare dal loro universo individuale, nel quale entro attraverso il blog. Sono di facile fascinazione? Può darsi...ma io non so resistere alla poesia, alla simpatia e alla dolcezza...sono una persona debole vero? :-DDDD
Tornando in tema, incuriosita dalla foodblogger di cui parlava Stefania, sono andata a vedere il suo blog...in realtà ne ha due. Uno più bello dell'altro.
Mi sono fermata a leggere alcuni posts di C'è di mezzo il mare, autrice Anna che è anche blogger di Anna solo Anna. Tutto un'altro mondo da esplorare!
Ma quante vite dovrei avere per fare tutti i viaggi reali e virtuali che desidero fare??? Ok, intanto ne ho una, attrezziamoci come possiamo e andiamo avanti!
Tra i tanti posts, mi ha solleticato l'interesse questo dello scambio di links. Mi è sembrata una sorta dei famosi sei gradi di separazione, ma l'ho trovata divertentissima e quindi aderisco a questo scambio!
Ho messo anche il link del post di Anna dove tutto è ben spiegato...i miei posts partono per rotte proprie che non conosco, sono un po' ribelli, diciamolo...
Trovo l'idea molto carina, anche perchè ci si può conoscere attraverso altri blogs. Per lo meno così procedo io ;-)
Quindi se qualcuno volesse aderire a questa idea, è sufficiente che inserisca in un link sul proprio blog
http://fabipasticcio.blogspot.com/ con il nome Fabipasticcio e che lasci un commento a questo post con il link e il relativo nome del proprio blog .
Ringrazio in anticipo tutti coloro che leggeranno. Un grazie doppio a chi aderirà all'iniziativa :-D
E con un animo più sollevato, continuo il mio studio lavorativo!
Baci Baci

sabato 31 luglio 2010

Travel Moleskine 1: Il roseto di Bamberg

“Ma sarà meglio uno scatter plot semplice o complesso? E perché non uno vertical bar stacked?” oppure “ma è meglio fare lo smoothing gaussanio o quadratico/bicubico?”…questi sono i dilemmi esistenziali che in questi giorni affollano il mio cervello e ogni tanto quel che ne resta cerca disperatamente una via di fuga.
E allora che faccio??? Nelle brevi pause, tra un dilemma e l’altro, mi metto a riordinare le cartelle di foto che ho nel computer…nel frattempo piccole idee risalgono la corrente e crescono…così nasce l’idea delle mie travel moleskine virtuali.
Le moleskine, quei taccuini/agende dalla copertina nera con l’elastico rigorosamente nero, le cui piccole dimensioni le rendono adatte ad essere portate ovunque, sono sinonimo di viaggio e di viaggiatore. Nei miei piccoli viaggi ho sempre avuto con me se non una moleskine un quadernetto assai simile su cui raccoglievo impressioni, idee, sensazioni…oltre a cercare di fotografare ( io cerco sempre di fare le cose, ma non ho detto che mi riescano ;-) ) ciò che vedevo con gli occhi, cercavo di “fotografare” il pensiero di quel momento. I miei appunti finivano poi dentro le guide turistiche, che ovviamente assumevano l’aspetto di maritozzi troppo farciti (e dire che non sono mai stati i miei dolci preferiti…). Ovviamente, quando se ne prende in mano una, può accadere che si apra lasciando svolazzare ovunque il suo contenuto, biglietti, scontrini, appunti…questo corrobora l’idea di mio marito, ovvero che il mio vero nome è caos…io non sono disordinata, vivo in un caos ben organizzato… a mio parere…
Ma sto divagando... meglio tornare in tema, ovvero alle travel moleskine e agli appunti stipati nelle mie, pardon nelle nostre guide turistiche…eh, si! siamo “turisti fai da te” ma con guida turistica al seguito, comprata prima di partire e della quale si legge con attenzione tutto ciò che è scritto in piccolo.
Per esperienza sappiamo che quello che le guide spesso considerano poco importante è in realtà una miniera di sensazioni…la guida ti dice “bisogna andare a vedere il tal monumento nella via pinco pallino…” e tu vai, solo che ti accorgi che se invece di andare dritto il tuo sguardo di sguincio devia a sinistra ti imbatti in una qualche piccola meraviglia, che bellamente la guida ignora.
Ecco, ho la presunzione di voler raccontare in questo mio spazio virtuale questo e ho deciso di cominciare da Bamberg.
La scorsa estate, la giornata più calda della stagione, sorella prematura di alcune delle giornate caldissime appena passate, alte temperature e umidità alle stelle persino in Germania…ennesimo viaggio in Baviera, la tappa quel giorno era Bamberg, in italiano Bamberga, città che sorge su sette colli come Roma, attraversata da un fiume come Roma, non biondo come il Tevere, e patrimonio dell’Unesco dal 1993…con queste premesse arrivati in città e trovato parcheggio, ci incamminiamo con l’obiettivo di andare a visitare la Domplatz, che dicono essere una delle più belle piazze della Germania – non a torto eh!, ma il meglio deve ancora arrivare…
Oltre ad essere una giornata caldissima, si festeggiava una ricorrenza particolare della città, quindi lungo le sponde del fiume Regnitz era pieno di bancarelle, soprattutto di cibarie…bratwurst über alles fin dalla mattina presto e ovviamente birra…
la Domplatz è ovviamente in cima ad uno dei colli e altrettanto ovviamente noi saliamo a piedi, che con il caldo non è proprio l’idea migliore…chissà perché, quando siamo in viaggio, quasi mai scegliamo l’idea migliore…però salendo salendo ci godiamo delle istantanee della città, che facendo la strada facile avremmo perso.

Sudati e accaldati arriviamo finalmente in cima alla Domplatz, alla sinistra il duomo imponente, alla destra la Neue Residenz…rapidamente vediamo dove si dirige la folla e andiamo dalla parte opposta! Quindi, ci dirigiamo alla Neue Residenz, anche in cerca di ristoro, paghiamo il biglietto per entrare e… invece di salire le scale, decisi andiamo verso il cortile.
Giriamo semplicemente un angolo eh!  Ma di fronte a noi si apre un magnifico giardino... un giardino di rose, meravigliosamente in fiore e di ogni colore, mentre le nostre labbra disegnano un bel “o” di sorpresa, quasi fossimo bambini che ricevono il giocattolo tanto agognato! In quella calura un oasi di meraviglia è apparsa ai nostri occhi!

Non mi intendo di architettura né tantomeno di architettura di giardini, però credo si possa definirlo giardino all’italiana, con vialetti, fontane e statue, ma la vera opera d’arte sono le rose...tutto il resto le incornicia rendendole ancora più belle, persino il panorama che si gode dal giardino.







Bamberg è un’ostrica che custodisce gelosamente questa perla, bisogna faticare un po’ per vederla, ma ne vale assolutamente la pena.
 


Tutto il resto…Neue Residenz, Duomo, l’Altes Rathaus, ecc. …? Belli, belli, ma, eccezione che conferma la regola, il roseto non menzionato nelle guide turistiche è indimenticabile!



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martedì 27 luglio 2010

Ola Mirko

Sempre più spesso i miei pensieri sono come fini particelle di argilla che impiegano diverso tempo per sedimentare...non è un periodo sereno, diciamolo...decisamente ne ho visti di migliori. Non voglio sembrare una lagnosa che si piange addosso per ogni battito d'ala di farfalla che sconvolge il caos del'universo (non sono neanche una  complessista!), però decisamente non è un periodo sereno, tutto qui.
Piccoli accadimenti si sommano ad altri accadimenti dolorosi, finchè ne arriva uno che ti colpisce al cuore, ti lascia con lacrime secche, che bruciano agli angoli degli occhi...
Mirko se n'è andato...lo scorso martedì di sera tardi.
Mirko fece la sua tesi di laurea nel laboratorio dove da anni lavoro. Poi, dopo la laurea, trovò lavoro in un laboratorio di analisi. Molti studenti passano e vanno, ma con alcuni chissà perchè rimane un filo rosso che ci tiene in contatto. Il filo rosso con Mirko erano amici comuni, matrimoni di amici comuni et similia, eppoi sms o mail per gli auguri...cose così...
Quattro anni fa Mirko si è ammalato: un tumore al cervello, aggressivo e armato fino ai denti, diagnosi che definire brutale è fare un complimento,  una odissea di dolore, ma tanta forza d'animo e volontà di vivere...tantissimi gli amici a fare il tifo per lui e tantissimi conoscenti come me che si univano al tifo e tutti gli sms, le mail nutrivano quel piccolo filo rosso e ad ogni buona notizia ( ma non sono sempre state buone le notizie) si faceva la "ola" tutti insieme...erano passi piccoli, ma andava bene così.
Due anni fa ci rincontrammo al matrimonio di due nostri comuni amici...che bello! vederlo in piedi al braccio di sua sorella salire le scale! Quanto abbiamo chiacchierato!
Si fa sempre una netta distinzione tra amicizia e conoscenza...credo che io Mirko fossimo dei buoni conoscenti che trovandosi a viaggiare nella loro vita, quando capitava l'occasione d'incontro erano capaci di comunicare. Forse è poco, forse è tanto. Forse è, punto.
Personalmente e profondamente credo che nella vita ogni incontro, che sia durato un attimo o un anno o più ( a volte il tempo cronologico non è il metro più giusto per misurare le cose), mi abbia lasciato un segno e spero che in quei momenti anche io sia stata capace di lasciare un segno nell'altro...Con Mirko è semplicemente successo questo e ho potuto dirglielo più volte con gioia -  che non è cosa da poco, secondo me.
 Mirko non si è arreso. Mai.
Semplicemente, la medicina ha dei limiti, diagnostici, strumentali, analitici e che dir si voglia, il tumore limiti non ne ha, ma neanche la volontà di Mirko!
Ogni anima è preziosa, della brillantezza della sua anima abbiamo goduto tutti, però per troppo poco tempo...quelli che lo hanno amato, gli amici, i parenti, i conoscenti, ognuno si porta dentro un segno speciale...
Io porto con me nel cuore due immagini, lui che sale le scale al braccio di sua sorella, il suo modo di aggiustarsi la tesa dell'inseparabile cappellino e gli inseparabili occhiali da sole dalle lenti blu e...che anche sulla roccia più nuda e cruda i fiori crescono - e questo dovrei proprio ricordarmelo più spesso.



Ola Mirko.